IL MASSICCIO DEL POLLINO

Panorama 3

CENNI GEOLOGICI SUL MASSICCIO DEL POLLINO
180 milioni di anni fa Pangea, l’antico unico supercontinente, era già smembrata in più blocchi in allontanamento tra loro. Tra Laurasia e Godwana si apriva il grande mare della Tetide. Sui fondali della Tetide si accumulavano i sedimenti (costituiti da scheletri calcarei di minuscoli organismi marini che si depositavano sul fondo) che sarebbero divenuti in seguito le rocce “sedimentarie” che costituiscono la catena appenninica e quindi anche il Pollino. Con i processi di diagenesi si andavano formando le dure rocce calcaree e calcareo-dolomitiche che avrebbero costituito le dorsali principali del massiccio del Pollino. Queste rocce reagirono ai piegamenti della crosta terrestre fratturandosi diffusamente, rendendosi così permeabili e dando luogo al fenomeno del carsismo, che agisce soprattutto sulle rocce calcaree. La calcite è la costituente fondamentale delle rocce calcaree che formano le strutture portanti del massiccio. I calcari danno origine a morfologie di straordinaria imponenza, con pareti dirupate, tormentate strutture a guglie, pinnacoli e burroni. Caratteristica dei calcari è l’erodibilità chimica ad opera delle acque e la fratturazione, con conseguente permeabilità. Le dolomie sono invece chimicamente diverse dai calcari, assumendo toni cromatici grigio-bruni o bianchi. dolcedorme giugno 2012 001 (9)
In epoche successive si depositavano sui fondali di Tetide i sedimenti argillosi che avrebbero costituito il cosiddetto flysch (dalla voce svizzera “terreno che scivola”) cioè l’insieme di argille, marne e arenarie che caratterizza la zona settentrionale e orientale del massiccio.
Intorno ai 130 milioni di anni fa nei fondali della Tetide si aprirono delle spaccature da cui fuoriuscirono grandi quantità di lave subacquee: queste, subirono modificazioni nella struttura cristallina dopo un processo di metamorfismo a cui furono sottoposte a seguito a forti pressioni e temperature, diventarono rocce ofiolitiche (o ofioilti). Esempi di queste rocce sono le serpentiniti, rocce verdastre frequenti proprio nella zona di San Severino Lucano. In altri punti le lave subacquee hanno mantenuto l’ aspetto originario che avevano in superficie, dove si possono ammirare esempi di lave a cuscini, molto rare, con il tipico colore nerastro o bruno ruggine.
I blocchi continentali ed europei cominciarono ad avvicinarsi: circa 70 milioni di anni fa l’Africa e l’Europa iniziarono a schiacciare come una morsa i fondali di Tetide all’inarcamento e l’accavallamento della crosta terrestre, portando così alla formazione delle Alpi e degli Appennini. Nel Pliocene Superiore, l’area del Pollino comincia a subire una generale distensione che provoca gigantesche fratture, le faglie, che appaiono come tagli colossali le cui parti si opposte si sono spostate l’una rispetto all’altra. La distensione col tempo si accentua per il lentissimo sprofondamento di alcuni blocchi rispetto ad altri. In questo periodo tutta l’area subisce un sollevamento di 1200 metri sul livello del mare; sommato alla quota di 1000 metri che aveva raggiunto, esso porta il Pollino alla quota attuale. I rilievi e le fosse tettoniche cominciano a delineare la forma definitiva del massiccio: i rilievi diventano le dorsali montuose, le fosse si trasformano in vallate percorse da fiumi tumultuosi o in conche occupate da laghi. La Valle del Mercure è, ad esempio,un’importante fossa tettonica ed un tempo era occupata da un grande bacino lacustre. I rilievi invece, sono diventati le dorsali montuose. DSC_0241
Il Pollino costituisce il più meridionale tra i massicci appenninici in cui le glaciazioni del Quaternario hanno lasciato tracce evidenti con le forme glaciali, risultato dalla millenaria azione dei ghiacciai sui fianchi delle cime più alte. Negli ultimi 2 ml. di anni si sono avute cinque fasi glaciali che hanno causato notevoli cambiamenti sull’ambiente a causa dei mutamenti climatici. Soprattutto durante l’ultima glaciazione di Würm, grandi ghiacciai si erano formati anche sugli Appennini. Numerose, e ben visibili sono le forme glaciali sul Pollino lasciate dalla glaciazione wurmiana. Il ghiaccio, formatosi per accumulo di neve assestata e compressa dal suo stesso peso, dai circhi glaciali della zona di accumulo scivola verso valle inglobando pietre e detriti che cadono dai fianchi dei monti circostanti.
Quando il ghiacciaio scende a quote più basse fonde progressivamente fino a sciogliersi del tutto: pietre e detriti contenuti all’interno si depositano lungo i margini della lingua, formando le morene laterali, mentre alla fronte la morena frontale. Pietre e detriti inglobati nel ghiaccio scavano la roccia su cui agisce il ghiacciaio, dando origine a valli di tipo ad U. Queste conche scavate ai lati delle cime montuose erano occupate dai ghiacciai ed hanno forma semicircolare. I circhi più evidenti sono circa una decina quasi tutti esposti a nord con un’altitudine che va dai 1.800 m. ai 2.100 m. In molti punti i ghiacciai hanno abbandonato massi di dimensioni notevoli, i massi erratici caratteristici perché isolati e lontani da punti di probabile caduta.canalone nord-est, via dei lupi 024
La natura calcarea dei rilievi del gruppo montuoso del Pollino, a causa dell’azione chimica delle acque e dell’azione morfogenetica dei ghiacciai, ha portato alla formazione di numerose forme carsiche. Forme come lapies, doline, si rinvengono anche grandi depressioni carsiche che sono tipiche degli altipiani appenninici cioè i “piani” carsici, tra cui si ricordano quelli di Campotenese (che ha ospitato un bacino lacustre), Piano Ruggio, Piano Vacquarro e quello della Valle del Mercure. Numerose sono le doline: sulle vette del M. Pollino e Serra di Mauro e quelle ai fianchi di Cozzo Ferriero; e gli inghiottitoi: presenti a Valle Lupa, Piano Ruggio, Piano Iannace. Il carbonato di calcio, insolubile in acqua pura, combinandosi con l’anidride carbonica contenuta nell’acqua piovana, determina la formazione di bicarbonato di calcio: ciò porta l’acqua a insinuarsi in fessure e interstizi ingigantendole e creandone di nuove. L’esito di questa azione erosiva si può osservare nei campi solcati e soprattutto nelle forme ipogee del carsismo con le numerose grotte del Pollino (un esempio per tutte la più profonda voragine meridionale, l’Abisso del Bifurto, profondo 683 m, ai piedi del Monte Sellaro).

 IL PINO LORICATO
Il pino loricato (Pinus leucodermis) è il simbolo stesso del Parco Nazionale del Pollino. La specie viene descritta per la prima volta alla fine del 1800 da F. Antoine che, evidenziando il colore chiaro della corteccia, gli assegna il nome di Pinus leucodermis. Nel 1906 il botanico napoletano Biagio Longo determinò i campioni da lui raccolti sul Pollino, nell’Orsomarso e su Monte La Spina come Pinus leucodermis Antoine ascrivendo la specie tra i pini italiani. Per primo assegnò a quest’albero il nome di “pino loricato” evidenziandone l’aspetto tipico di “lorica” che assume la corteccia nella pianta adulta con le caratteristiche placche poligonali che ricordano nell’aspetto le corazze degli antichi romani. L’origine del pino loricato è balcanica: è sui Balcani che si estende il frammentato areale primario della specie. Ancora non concorde risulta invece la collocazione tassonomica e nomenclaturale delle popolazioni balcaniche da quelle dell’Appennino meridionale.  escursione notturna serra delle ciavole 087

Per alcuni autori (Tutin et al.,996; Gellini R., Grossoni P., 1996) Pinus heldreichii Chrisè un’unica specie presente nei Balcani centro-occidentali e nell’Italia meridionale con due varietà tra loro vicarianti: var. heldreichii: entità balcanica che vive in ristrette zone montuose della Serbia, del Montenegro e nella Grecia settentrionale sul Monte Olimpo; var. leucodermis (Antoine): entità presente in Italia sull’Appennino calabro-lucano e nei Balcani centro-occidentali (Alpi Dinariche e Massiccio del Durmitor) dove forma estesi popolamenti; nuclei di limitata estensione sono inoltre segnalati in Albania sul Monte Jabllanicese in Grecia sul Monte Pindo e sull’Olimpo Tessalico. Nella Flora d’Italia (Pignatti S., 1982) Pinus leucodermis Antoine viene considerato come la specie italiana. Alcuni caratteri m o r f o l o g i c i e macro s c o p i c i particolarmente evidenti permettono di distinguere le due entità: in particolare in Pinus leucodermis la corteccia dei rami giovani si mantiene per molti anni liscia, lucente, di color cenere chiaro con areole squamiformi che ricordano la pelle di un serpente. Perfettamente inserito nel contesto fitogeografico di questo territorio, il pino loricato viene considerato un paleo endemismo terziario, relitto delle foreste a conifere della penisola Balcanica e dell’Appennino meridionale. Ampiamente diffuso sui rilievi carbonatici del Pliocene (fine Terziario – Messiniano), ha subito un rapido declino nelle fasi glaciali del Quaternario che si manifestarono nell’Appennino meridionale con modificazioni climatiche in senso fresco e umido. Il protrarsi nel tempo di condizioni ambientali oceaniche favorì l’affermazione delle latifoglie decidue, quali querce e faggio che competitive nella disseminazione e nell’accrescimento, invasero il territorio del loricato, relegandolo in altitudine o in stazioni rocciose e di cresta. Il pino loricato è specie calcifila e xerofila. L’ambiente colonizzato dal pino loricato presenta caratteri proibitivi per la flora arborea: esso comprende infatti i versanti aridi e dirupati che si innalzano oltre l’orizzonte del faggio, fino a oltre 2000 metri d’altitudine. L’areale di Pinus leucodermis gravita nel settore di influenza tirrenica dove prevalgono substrati carbonatici (calcari e dolomie del Mesozoico) ad elevata xericità associati ad una morfologia rupestre diffusa ed accentuata. escursione con serra c. con tonino e al2

Il nucleo più esteso è quello del massiccio del Pollino che rappresenta oltre il 50% della superficie complessiva ricoperta dalla specie. Qui, in luoghi superbi dal punto di vista paesaggistico, il pino loricato riesce a vincere la concorrenza del faggio grazie all’esigua consistenza dei suoli, dall’ampiezza dell’escursione termica e dalla forza del vento. I pini loricati non sono organizzati propriamente in bosco, ma crescono isolati l’uno dall’altro in gruppi dispersi di individui, insediandosi di preferenza sulle creste, sugli affioramenti rupestri, nei cespuglieti e nelle praterie d’altitudine. Non entra in competizione con altre specie arboree perché occupa una nicchia ecologica molto ben definita: rupi, ghiaioni, versanti in frana vengono colonizzati e occupati solo da questa specie arborea che in tutto l’areale mostra un’attiva e vivace rinnovazione proprio in presenza di tali condizioni ambientali, soprattutto in quei territori dove la pressione antropica negli ultimi decenni è notevolmente diminuita. Se infatti fino a non molti anni fa le descrizioni naturalistiche definivano il pino loricato “un vero e proprio fossile vivente, ridotto a poche migliaia di esemplari” (Farneti et al., 1977), dando l’impressione di trovarsi davanti ad una specie sull’orlo dell’estinzione, le attuali conoscenze permettono di considerarlo una specie endemica, localmente abbondante e con un’attività e vitalità rigenerativa mediamente elevata, ma estremamente vulnerabile. Nei pascoli di quota non è raro incontrare cespugli di ginepro prostrato dai quali spuntano giovani individui di pino loricato. La presenza di ginepri, non appetiti dal bestiame, favorisce la rinnovazione dei pini offrendo rifugio alle plantule dal morso e dal calpestio degli animali nonché dagli agenti atmosferici. escursione notturna serra delle ciavole 098Le colonie di pino loricato sono spesso caratterizzate dalla presenza di individui plurisecolari, in cui risalta l’interesse per l’individualità: ciascun albero ha infatti una propria “personalità”, ovvero costituisce una scultura vivente in cui i traumi, gli eventi meteo climatici e i fenomeni di crescita hanno concorso a creare la forma dell’albero, in centinaia d’anni… Il pino loricato raramente supera i 20 metri d’altezza; assai più spesso lo si osserva con altezza modesta ma struttura poderosa e portamento tormentato. Le foglie, aghiformi, sono lunghe 7-9 cm, di colore verde scuro; strobili solitari, lunghi circa 7 centimetri, maturano in due anni.Sia in Calabria che in Lucania, il pino loricato era conosciuto dalla gente locale sotto il nome di Pioca. Per le popolazioni dell’area del Parco del Pollino il legno del loricato era considerato di grande pregio: insieme con l’abete bianco forniva legname resistente e leggero usato per lavori di carpenteria e per mobilio leggero, cassapanche e bauli . Era usato per costruire infissi per porte e finestre e abbeveratoi di animali; presentando un tipo di legno ricco di resina era utilizzato anche per fare fiaccole durante gli spostamenti notturni tra abitazioni e nelle feste paesane o per accendere il fuoco: nei tronchi dei vecchi pini ancora oggi è possibile osservare le tracce dei tagli. I pini loricati giganti di Serra di Crispo costituiscono un monumento naturale di estrema rarità in Europa, oltre che patrimonio di alto interesse scientifico e culturale. escursione con serra c. con tonino e al. 140La tipologia forestale rappresentativa di Serra di Crispo è data da formazioni stramature e rade di pino loricato, prive di classi d’età intermedie e con scarsa rinnovazione naturale, con esemplari di dimensioni enormi, plurisecolari, dalle chiome contorte, alcune morte già da anni ma che continuano con il loro caratteristico fusto bianco decorticato a restare in piedi… L’esistenza di questi gruppi di piante di età elevata, compresa tra 300 e 600 anni, di grosse dimensioni e ripetutamente segnate dai fulmini e ubicate a 2000-2100 m di quota, mostra l’elevata resistenza biologica della specie alla rigidità del clima, alla estrema povertà edafica dei substrati rocciosi, nonché ai danni causati dal bestiame bovino ed equino. I caratteri distintivi degli esemplari di pino loricato di Serra Crispo sono: fusto maestoso; corteccia definitiva a grandi placche pentagonali, ricoperte di squame lucenti; chiome contorte basse e appiattite, orientate nella direzione del vento di ponente; rami corti e grossi a portamento irregolare; scheletri intatti, vetusti e bianchi delle piante morte in piedi.
L’ABETE BIANCO
Nella flora del Pollino l’abete bianco occupa un ruolo di particolare rilevanza. La specie può essere considerata un “relitto glaciale”, ovvero un elemento floristico migrato a sud nel corso delle glaciazioni quaternarie. L’abete bianco può esistere in popolamenti puri oppure associati al faggio. L’areale dell’abete bianco è alpino e centroeuropeo, con irradiazioni sui Carpazi, sui Balcani e gli Appennini, oltre che sui Pirenei. In Italia l’abete bianco si spinge fino in Aspromonte (in Sicilia è presente una varietà, l’Abies nebrodensis). Sentiero Albanete 132

Sul versante lucano del Pollino l’abete bianco costituisce ancora oggi i nuclei più significativi della Basilicata sia in termini di superficie che dal punto di vista ecologico. L’abete attualmente lo si riscontra lungo la direttrice che con direzione Nord-Sud va da monte Caramola a monte Pollino. Il limite superiore di diffusione viene raggiunto intorno ai 1800-1850 m di quota, oltre il quale predomina il faggio. Nel Pollino è possibile individuare tre differenti situazioni: bosco di faggio con piante di abete; bosco misto faggio-abete, come si è già accennato sopra; fustaia di abete. L’abieti-faggeta costituisce una delle aggregazioni tipiche del Pollino lucano. L’abete è presente con piante biologicamente molto vecchie e rilasciate come riserve nel corso delle utilizzazioni e distribuite in maniera abbastanza uniforme sulla superficie. Hanno diametri di oltre 50-70 cm e altezze fino a quaranta metri nei patriarchi, che lo portano a svettare sul faggio. Sono presenti anche vecchie piante di faggio ma come conseguenza dei trattamenti del passato si è insediata una abbondante rinnovazione di faggio e abete. Specialmente negli anni antecedenti e successivi alla Seconda Guerra Mondiale i boschi del Pollino e in particolare quelli di abete hanno subito forti interventi. Si eseguirono tagli di forte intensità assimilabili al taglio a raso con riserva delle sole piante che non conveniva utilizzare perché troppo piccole o malformate. Questo trattamento favorì la rinnovazione del faggio e del cerro che comportarono la rarefazione e in molte aree, la scomparsa dell’abete.escursione serra crispo con vincenzo e vincenzo 017 All’importanza fitostorica e forestale si aggiunge quella sacrale: nella simbologia tradizionale dei riti arborei diffusi sul versante settentrionale del Pollino l’abete bianco è identificato come emblema della fertilità (‘a rocca) e precisamente come l’elemento femminile, che associato a quello maschile celebra il rito della fertilità. Con riguardo ai caratteri morfologici della specie l’abete bianco è un albero che può raggiungere i 60 metri di altezza, ha la corteccia liscia e biancastra da giovane, quindi screpolata; rami verticillati e orizzontali; foglie solitarie, lineari, inserite a pettine sul ramoscello, apice arrotondato, di colore verde scuro e lucenti nella parte superiore e con due strisce argentee sul lato inferiore. Gli strobili sono eretti, di colore verde-bruno, e presentano una lunghezza di 10-20 cm.
FAUNA: ALCUNE SPECIE RARE E SIGNIFICATIVE
Nel complessivo patrimonio faunistico relativo ai vertebrati del Pollino alcune specie si distinguo¬no per l’oggettiva rarità e il contestuale interesse ecologico e naturalistico. Sono, questi stessi, gli elementi faunistici che qualificano la biodiversità del massiccio e che, con le vicissitudini della pro-pria storia recente, confermano da un lato il forte rischio di semplificazione cui rimane esposto l’in-tero ecosistema montano, dall’altro le potenzialità oggettive per una ripresa delle stesse specie e per una riqualificazione della fauna locale.
La salamandra dagli occhialiconocchielle-gole del frido-acquafredda agosto 2012 022. Esile anfi¬bio la cui presenza nel territorio del Pollino è stata segnalata soltanto in tempi relativamente recenti. E specie endemica della penisola italica, con areale localizzato sul versante tirrenico dell’intera dorsale appenninica. Predilige la lettiera dei boschi umidi e le pietre muschiose in prossimità di corsi o pozze d’acqua. Risulta assai difficile da osservare. Merita una protezione di massima efficacia rivolta innanzitutto ai biotipi di cui è ospite, che richiederebbe una preventi¬va, accurata ricerca relativa alla diffusione e alla consistenza delle popolazioni.
Il nibbio reale. La popolazione lucana di questa interessante specie è la più significativa d’Italia. Nella valle del Sinni, entro i confini del Parco Nazionale la stessa specie raggiunge den¬sità elevate. Nidifica su alti alberi e frequenta zone aperte alternate con macchie arboree. Esi¬ge misure di tutela e di monitoraggio della dinamica delle popolazioni che consentano di ga¬rantire condizioni ottimali alla specie.
Il gufo reale. La popolazione calabro-lucana della specie è la più meridionale tra quelle nidifi¬canti nella penisola italica ed è localizzata per gran parte nel territorio del Parco. Naturalmente assai rarefatto a causa della notevole dimensione del territorio di caccia di ciascuna coppia, il gufo reale è specie a elevato rischio di estinzione. Prati¬che di bracconaggio e lotta ai cosiddetti “nocivi” tramite bocconi avvelenati si sommano, in questo caso, al rischio rappresentato dalle linee elettri¬che. Queste ultime peraltro risultano presenti con elevata densità sui versanti della valle del Mercure, negli stessi luoghi dove si riscontrano situazio¬ni d’ambiente idonee alla nidificazione della spe¬cie. In questa direzione, ovvero per una soluzione di compatibilità relativa alla presenza e densità degli elettrodotti, dovrà essere rivolto l’impegno del Parco per la salvaguardia della specie.
Il capriolo. La popolazione residuale di ca¬priolo, sopravvissuta entro gli enormi confini Parco Nazionale costituisce probabilmente il più consistente nucleo, autoctono della specie nei territori dell’Appennino meridionale. Rappresenta insieme a quelli del Gargano e di Castelporziano (Roma) i sopravvissuti della sottospecie “Italica”, vale a dire di quella popolazione esistente nell’Italia peninsulare prima della massiccia estinzione provocata dall’antropizzazione umana e sostituita poi dai ripopolamenti con caprioli del nord Europa. E’ presente soprattutto nel nord-ovest calabrese, mentre nell’area settentrionale del Parco, che comprende il massiccio del Pollino, la specie sembra ricomparsa soltanto in anni recenti. La bassissima densità e il comportamento naturalmente elusivo del capriolo hanno comunque impedito, fino ad oggi, di disporre di esaurienti conoscenze e stime circa l’entità effettiva della popolazione e la sua distribuzione reale. Il patrimonio genetico costituito dai pochi caprioli sopravvissuti a secoli di caccia e bracconaggio incontrollati rappresenta una risorsa naturalistica importantissima per l’ambiente collinare e montano dell’intero Parco. La vocazione dell’ambiente agro-forestale del Pollino per il capriolo è infatti sorprendente e una corretta gestione della residua popolazione potrebbe di fatto decuplicarne l’entità nel volgere di qualche decennio.
Il lupo. Il Lupo Canis lupus è certamente tra le specie di maggiore interesse della fauna del Parco Nazionale del Pollino, anche per le notevoli implicazioni socioculturali. Il Lupo in tempi storici era comune e diffuso in tutto il Nord America e l’Eurasia, con l’esclusione di Indocina e Indonesia. Attualmente, sia per la persecuzione diretta da parte dell’uomo che per l’alterazione degli ambienti idonei, la distribuzione è notevolmente più limitata e frammentata e, in Europa, le popolazioni relitte sono confinate nella ex Unione Sovietica europea, nelle penisole balcanica, iberica e italiana.In Italia, fino a pochi anni fa, la presenza del Lupo era limitata, con poco più di 100 esemplari, alle regioni centrali e meridionali, ma negli ultimissimi anni si è verificato un incremento demografico (attualmente gli individui stimati sono 380-500) e una notevole espansione dell’areale che ora comprende anche l’Appennino settentrionale ed i primi rilievi montuosi francesi. Questa espansione è da attribuire, verosimilmente, a tanti fattori favorevoli: la protezione legale della specie, l’abbandono di molte aree montane e sub montane, il ritorno in molte aree dei grossi Ungulati selvatici. Inoltre, l’espansione della popolazione balcanica di lupi, che ormai ha raggiunto il confine italiano, lascia prevedere una rapida colonizzazione anche delle Alpi orientali.  In Calabria, dove è sempre rimasto uno dei nuclei più consistenti della popolazione italiana, l’branco di lupi 112-ritaglioareale, che nel recente passato comprendeva il Pollino, la Sila e parte della Catena Costiera, si è espanso verso sud fino all’Aspromonte da dove era scomparso da alcuni decenni.
Le popolazioni isolate sopravvissute nell’Europa meridionale (Italia, Spagna e Balcani) soprattutto grazie alla presenza di ambienti relativamente aspri, selvaggi e poco sfruttabili da parte dell’Uomo e a pratiche pastorali meno intensive e più tradizionali, fondate più sulla difesa delle greggi che non sulla distruzione del predatore, rappresentano i centri di diffusione per la ricolonizzazione di almeno una parte dell’areale europeo centrale e meridionale da cui il Lupo é scomparso da lungo tempo.
La lontra. È il fiore all’occhiello del Parco, è l’immagine più significativa e convincente del suo effettivo patrimonio naturalistico. La presenza della Lontra è un fatto eccezionale: essa è saldamente legata agli ambienti fluviali puliti, nutrendosi soprattutto di pesci, gamberi di fiume, ed altri organismi acquatici. L’inquinamento delle acque, il bracconaggio per la pregiata pelliccia, e la pesca con uso di veleni ne hanno ridotto di molto l’aerare in Italia. In Europa, il declino ha interessato soprattutto i paesi centro-settentrionali, nei quali il processo di industrializzazione è stato particolarmente intenso mentre le popolazioni più consistenti si trovano in Grecia Irlanda, Portogallo, Scozia e in alcuni paesi dell’Est, in cui, però, le informazioni disponibili sono alquanto scarse. Appare evidente come, soprattutto nei paesi più sviluppati, le sorti di questa specie siano state compromesse in seguito alla distruzione del suo habitat naturale. Nell’ambito del bacino del Mediterraneo, l’Italia è la nazione in cui la situazione della Lontra è più preoccupante. Le popolazioni residue sono verosimilmente composte da un numero limitato di individui e sono isolate da qualsiasi altra popolazione europea, rendendo la Lontra uno dei mammiferi a maggior rischio di estinzione del nostro Paese.

Saverio De Marco

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Avolio S. (1996), Il pino loricato, Edizioni Prometeo
Braschi G. (1993) Sui Sentieri del Pollino, Edizioni Il Coscile
Gargaglione A. A. (2001) Geologia flora e vegetazione del massiccio montuoso del Pollino – n. 99 p.p. 17-24 (http://consiglio.basilicata.it/consiglioinforma/files/docs/10/49/20/DOCUMENT_FILE_104920.pdf)
Fascetti S. (2001) Aspetti Botanici e forestali del Pino Loricato, Regione Basilicata Notizie n.99 p. 103,110 (http://www.basilicata.cc/lucania/pollino/Tscritto/p_pinolor.htm)
Iovino F.e Menguzzato G. (1993) L’Abete bianco sull’Appennino Lucano, Annali dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali. Volume XLII. Firenze
Priore-Sgrosso (a cura di) Biologia ed ecologia della popolazione di lontra (lutra lutra) nell’alto corso del fiume Agri (http://plus.cdt.ch/files/docs/723f1e6dc44c52ee255765a1ceb94c94.pdf)
Zanetti M.(2000) Parco del Pollino – Natura, emozioni, escursioni, Cierre Edizioni
http://www.viaggiarenelpollino.com/parco_nazionale_del_pollino/fauna.html
http://www.parcopollino.gov.it/index.php?view=article&catid=38:fauna&id=56:il-lupo-appenninico&option=com_content&Itemid=58

 

 

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